mercoledì 18 gennaio 2017

Lo scopo della guerra non è quello di vincerla





di Bill Bonner


È una bellissima giornata qui in Irlanda.

Una buona giornata per l'inaugurazione della nostra nuova sede all'estero – un palazzo in stile classico che è stato costruito da una famiglia locale di commercianti nel 1860.

Più tardi daremo un breve discorso, ringraziando tutti gli interessati... berremo un paio di bicchieri di vino... sperando di non aver commesso un grosso errore.

Abbiamo investito – pesantemente – nel palazzo, dove avremo ben 200 dipendenti.

Rappresenta capitale... accumulato nel corso degli ultimi 35 anni... che ora è ancorato in un angolo dimenticato di un paese straniero.

Non rappresenta "soldi in banca." E non è denaro nel mercato azionario. Non può sfuggire a tasse elevate. Non può elargire un tasso di rendimento più alto.

È qui... su questa piccola isola, soggetto alle maree della politica e degli affari, incapace di proteggersi da entrambi.

Gli investimenti di capitale a lungo termine (saranno necessari 20 anni per vedere un ritorno) hanno bisogno di tempo. E questa prerogativa porta con sé rischi.

Ecco perché esistono i tassi d'interesse sul capitale prestato... e perché i tassi d'interesse negativi reali sono impossibili. O fraudolenti.

Il tempo porta crisi, problemi, sfide, battute d'arresto... e il processo triste dell'invecchiamento, dei guasti e del decadimento.

Col tempo, tutto scompare. Siamo sicuri, per esempio, che non ci vorrà molto tempo prima che il mercato imploda.

I profitti delle imprese sono in calo. Il PIL sta affondando. La produttività è in discesa per il periodo più lungo sin dagli anni '70.

E secondo il rapporto CAPE, che prende in esame i prezzi delle azioni relativi agli ultimi 10 anni di profitti, solo tre volte negli ultimi 100 anni (nel 1929, nel 2000 e nel 2007) le azioni stato così costose.

Il crack, quando arriverà, produrrà nuove esigenze di stimolo fiscale e denaro dagli elicotteri.

Tanto per essere chiari, lo stimolo fiscale lo ritroviamo nel debito pubblico e nella spesa pubblica. Lo ritroviamo, quindi, nel deficit pubblico.

Il cosiddetto "elicottero monetario" è spesa pubblica finanziata direttamente dalla creazione di moneta da parte della banca centrale. Nemmeno un dollaro viene aggiunto al deficit pubblico.

Sono molto simili; ciò che conta è il modo in cui sono finanziati.

La prossima recessione provocherà richieste per una spesa per progetti infrastrutturali. Questi saranno accompagnati da stime sul quando tali progetti restituiranno qualcosa di concreto.

I numeri sono una pura assurdità. Senza un costo reale del capitale e un modo per prezzare la produzione o capire il profitto di un progetto, tutti i calcoli sono pura finzione.

Ma stiamo divagando...

Fin qui tutto bene. Se vincerà Hillary, non cambierà nulla.

Se vincerà Trump, non cambierà nulla. Ma potrebbe scuotere gli investitori.

Chi lo sa?

Una delle cose più difficili da capire circa la nostra situazione attuale è il modo in cui le cose non sono quello che sembrano.

Abbiamo scritto spesso su come il denaro sia fasullo. Come i tassi d'interesse siano fasulli. Come le statistiche siano fasulle. (Prendete in considerazione il "tasso di disoccupazione"... per favore!)

Anche le nostre "guerre" sono fasulle. Quando i federali annunciano una nuova guerra, diamo naturalmente per scontato che il loro obiettivo sia quello di battere il nemico.

Non è così. Al contrario, vogliono che la guerra continui. Ciò significa NON sconfiggere il nemico. In questo modo ENTRAMBE le parti vincono.

La Guerra alla Povertà è stata la prima delle nostre false "guerre". È stata una bella collusione tra i poveri ed un intero settore – 92 programmi statali – i quali hanno ricevuto e speso soldi.

Dichiarata nel 1964, la Guerra alla Povertà è già costata $22,000 miliardi... e va ancora avanti.

Perché?

Perché i poveri prendono soldi. E perché la "élite" che controllano il flusso dei soldi ottengono il sostegno degli elettori poveri... e anche una parte sostanziale di suddetti soldi.

Per ogni dollaro distribuito, gli addetti alla lotta contro la povertà trattengono 72 centesimi (una cifra ampiamente discussa, ma tutt'altro che certa). Se questa cifra è corretta, gli addetti ai lavori hanno tirato su più di $15,000 miliardi negli ultimi 50 anni – facendo finta di combattere la povertà!

La Guerra alla Droga è stata dichiarata nel 1971.

L'economista di Harvard, Jeffrey Miron, dice che ai contribuenti è costata $41 miseri miliardi.

La "guerra" la si comprende meglio se la si considera come un partenariato pubblico-privato – tra il business delle droghe illegali e le agenzie statali contro tale business.

Dopo tutto, dove sarebbe l'ex-tossicodipendente e ora "zar della droga" in America, Michael Botticelli, senza gli spacciatori di droga?

E senza la DEA dove sarebbero i boss della droga?

Supponiamo che dovessero competere sul prezzo, sulla qualità e sul servizio... invece che sulle sparatorie. Sarebbero messi fuori dal mercato da tipi con diapositive di PowerPoint e fogli di calcolo.

I giganti del tabacco e le aziende di liquori – con decenni di esperienza, reti di distribuzione, canali di vendita al dettaglio, marketing e know-how – dovrebbero subito darsi da fare.

Al contrario, l'industria delle droghe illegali – incluse agenzie statali come BATF, DEA, FBI, polizia locale, prigioni, tribunali, e tutta una sottocultura di criminali – rimane in piedi.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


martedì 17 gennaio 2017

Eliminare il denaro contante salverà l'economia?

Oltre alla spiegazione teorica che ci fornisce Shostak abbiamo anche quella materiale. Infatti ci basta guardare al caos che ha generato in India il recente divieto delle banconote da 500 e 1,000 rupie. Infatti non ha fatto altro che portare disperazione nella vita di milioni di indiani, poiché rappresentando circa l'80% del denaro circolante, li ha impossibilitati ad acquistare liberamente quei beni fondamentali di cui hanno bisogno e ha spazzato praticamente via i loro risparmi. Le file ai bancomat erano inevitabili, il tutto per affrettarsi a cambiare denaro ormai senza valore per denominazioni inferiori. La stampante monetaria dell'India ha lavorato giorno e notte per rifornire le banche.  E questo non ha fatto altro che mettere in moto il cosiddetto effetto Cantillon, diluendo il potere d'acquisto della moneta e avvantaggiando i primi ricevitori, ovvero, il settore bancario commerciale e coloro ai posti di comando. Chi ci rimette, ovviamente, sono i poveri. Potreste testardamente pensare che il divieto ai contanti abbia raggiunto lo scopo prefissato: eliminare la corruzione, intralciare i riciclatori di denaro e scovare gli evasori fiscali. Come al solito scopriamo che tutte queste figure hanno trovato scappatoie, mentre lo stato incappa nell'ennesimo fallimento dirigista. Infatti le grandi imprese e i pezzi grossi hanno schiere d'avvocati con cui trovare la soluzione alla presunta misura adottata contro di loro, e non è un caso che siano rimasti praticamente illesi dalla mossa di Modi. Invece, la massa, coloro verso cui è mirato il provvedimento in realtà, è stata colpita fin nel profondo, con le piccole imprese che hanno subito il colpo peggiore. Per non parlare dell'indotto nel mercato dei diamanti, il quale è composto da figure eterogenee che vengono seriamente intaccate. Quindi siate ben accorti, perché l'India è il paziente zero per quanto riguarda la guerra al contante e all'oro; se pensate che niente di tutto ciò possa accadere in Occidente, state sbagliando di grosso. L'india è un monito dei tempi che verranno, ma può essere anche una lezione da cui imparare ed ergersi a favore di un mondo più decentralizzato.
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di Frank Shostak


Data la crescita economica ancora sottotono, molti esperti sono del parere che la presenza di denaro contante abbia costretto le banche centrali a fissare tassi negativi per stimolare l'attività economica. Si sostiene che in una futura crisi economica o finanziaria, gli attuali bassi tassi limiterebbero l'efficacia della politica monetaria.

La presenza di denaro contante, si sostiene, impedisce alle banche centrali di abbassare i tassi ad un livello che rilancerà l'attività economica. Ciò che impedisce la riduzione dei tassi è che questa mossa danneggerà gravemente i risparmiatori che mantengono il loro denaro in diversi conti bancari e questo è considerato come politicamente inaccettabile.

L'abolizione del denaro contante, si sostiene, migliorerà la capacità delle banche centrali di utilizzare i tassi negativi (forse fino a -5% l'anno) fornendo loro una maggiore flessibilità e gli strumenti per affrontare un rallentamento.



Avremo una maggiore crescita economica senza contanti?

Sostenendo l'abolizione del denaro contante, molti esperti stanno dicendo implicitamente che il denaro contante può essere sostituito dal denaro elettronico. Quest'ultimo può funzionare a patto che gli individui sappiano che possono convertirlo in denaro fiat, cioè, denaro su richiesta.[1]

Senza un quadro di riferimento, non è possibile l'introduzione di nuove forme con cui saldare le transazioni.

Il denaro è emerso dal baratto per consentire forme più complesse di commercio e calcolo economico. La caratteristica distintiva del denaro è che è il mezzo generale di scambio, e si è evoluto attraverso le azioni private diventando la merce più commerciata. Su questo argomento Mises scrisse:

Esisterebbe una tendenza inevitabile che eliminerebbe le merci meno commerciate dalla serie di merci usate come mezzi di scambio, finché alla fine non rimarrebbe solo una merce, universalmente impiegata come mezzo di scambio; in una parola, il denaro.[2]

Inoltre su questo argomento Rothbard scrisse:

Proprio come in natura c'è una grande varietà di capacità e risorse, esiste una varietà simile nella commerciabilità delle merci. Alcune merci sono più richieste di altre, alcune sono più divisibili in unità più piccole senza subire una perdita nel valore, alcune sono più durevoli nel tempo, alcune più trasportabili lungo grandi distanze. Tutti questi vantaggi apportano loro una maggiore commerciabilità. È chiaro che in ogni società le merci più commerciabili saranno progressivamente selezionate come mezzi per lo scambio. Dal momento che sono sempre più selezionate come mezzi di scambio, vedranno aumentare la loro domanda in virtù di suddetto uso e così diventeranno ancor più commerciabili. Il risultato è una spirale auto-rinforzante: più commerciabilità provoca più ampio utilizzo come mezzo di scambio, cosa che a sua volta provoca più commerciabilità, ecc. Infine uno o due merci vengono utilizzate come mezzi di scambio generali in quasi tutti gli scambi, e queste sono chiamate denaro.

Il denaro è la cosa per la quale vengono scambiati tutti gli altri beni e servizi. Inoltre il denaro deve emergere come merce. Un oggetto non può essere utilizzato come moneta a meno che non possieda già un valore di scambio oggettivo basato su altri usi. L'oggetto deve avere un prezzo preesistente per poter essere accettato come denaro.

Perché? La domanda di un bene deriva dal suo beneficio percepito. Per esempio, le persone necessitano di cibo perché ne hanno bisogno per nutrirsi. Per quanto riguarda il denaro, le persone ne hanno bisogno non per l'uso diretto nei consumi, ma al fine di scambiarlo per altri beni e servizi. Il denaro non è utile in sé, ma perché ha un valore di scambio ed è scambiabile con altri beni e servizi.

Il vantaggio che offre il denaro è il suo potere d'acquisto: il suo prezzo in termini di beni e servizi. Affinché qualcosa venga accettato come denaro, deve avere un potere d'acquisto preesistente — un prezzo. Questo prezzo potrebbe emergere solo se avesse un valore di scambio istituito nel baratto.



Perché il denaro fiat continua ad essere utilizzato come moneta

Una volta che una cosa diventa accettata come mezzo di scambio, continuerà ad essere accettata anche se la sua utilità non monetaria scompare. La ragione? Adesso le persone sono in possesso di informazioni precedenti sul suo potere d'acquisto. Questo a sua volta permette loro di dare forma alla domanda di moneta.

La chiave è la conoscenza del potere d'acquisto precedente. È questo fatto che ha reso possibile l'abolizione della convertibilità della cartamoneta in oro, preparando così il terreno per l'introduzione dello standard cartaceo.

Il punto cruciale qui è che un oggetto deve avere un potere d'acquisto stabilito per essere accettato come mezzo generale di scambio, cioè, denaro.

Al cuore del sistema monetario di oggi non c'è più l'oro, ma monete e banconote emesse da governi e banche centrali.

Monete e banconote costituiscono il denaro standard che conosciamo e sono impiegati nelle transazioni. Ciononostante è il legame storico con l'oro che permette alla cartamoneta d'essere accettabile in cambio.

È stato attraverso un lungo processo di selezione che le persone hanno accettato l'oro come merce più commerciata.

L'oro quindi è diventato il quadro di riferimento per le varie forme di pagamento. L'oro ha costituito la base per il valore del denaro fiat di oggi.

Inoltre la moneta elettronica non è una nuova forma di denaro che sostituisce le forme precedenti, ma è solo un nuovo modo di impiegare il denaro esistente nelle transazioni.

Visto che la moneta elettronica non è denaro reale, ma semplicemente un modo diverso di impiegare il denaro fiat esistente, ovviamente non può sostituirlo.

Si potrebbe sostenere che un decreto statale potrebbe forzare l'uso della moneta elettronica e sradicare lo standard cartaceo corrente. Questo approccio non funzionerebbe.

La moneta elettronica è un semplice dispositivo per immagazzinare informazioni relative a debiti e crediti. Non può acquisire potere d'acquisto indipendente; non può diventare denaro.

Funziona allo stesso modo con gli assegni, i quali non possono acquisire un potere d'acquisto indipendente dal denaro cartaceo.

Il semplice fatto che la gente preferisca avere meno moneta in tasca ed impiegare in misura maggiore la moneta elettronica, non implica una diminuzione della domanda per il denaro fiat, come invece hanno suggerito alcuni commentatori.[3]

Finché le persone scambiano beni e servizi tra loro, ci sarà una domanda di denaro.

Un nuovo modo di impiegare il denaro non significa che il denaro sarà sostituito, o che ci sarà un calo della domanda nei suoi confronti.

Qualora dovesse palesarsi per davvero questa scomparsa della domanda, sarebbe la fine della divisione del lavoro e dell'economia di mercato.

In un documento inedito intitolato "Technology and the Case for Free Banking," David Friedman e Kerry Macintosh sostengono che la nuova tecnologia potrebbe rendere possibile la realizzazione di forme sofisticate di baratto. Questo a sua volta rimuoverebbe completamente la necessità del denaro.

Tuttavia, perché una nuova tecnologia dovrebbe alterare l'essenza del baratto? Come potrebbe guadagnarsi da vivere un professore d'economia se i produttori di cibo, per esempio, non fossero interessati a scambiare direttamente le loro merci con le sue lezioni d'economia?



I tassi d'interesse bassi non stimolano la crescita economica

Ritenere che i tassi d'interesse molto bassi possano rilanciare la crescita economica significa essere convinti che i tassi d'interesse bassi possano innescare la crescita economica.

Il tasso d'interesse è solo un indicatore, per così dire. In un'economia di mercato senza ostacoli rispecchia le preferenze temporali degli individui.

Qualsiasi linea di politica che va a soffocare i tassi d'interesse falsifica i segnali dagli individui ai produttori, mettendo così in moto una cattiva allocazione di ricchezza reale.

Questo a sua volta indebolisce il processo di creazione di ricchezza e la capacità delle imprese di far crescere il loro business e, quindi, l'economia nel suo complesso.

Inoltre la crescita economica non può essere potenziata per mezzo di tassi d'interesse bassi.

L'aumento della produzione di beni e servizi, l'essenza della crescita economica, non può essere realizzato dalla domanda in quanto tale, ma dal miglioramento delle infrastrutture che consente un aumento della produzione di beni e servizi.

(Un abbassamento dei tassi d'interesse e la conseguente cattiva allocazione della ricchezza reale indebolisce il processo di creazione di ricchezza e indebolisce quindi la capacità di migliorare le infrastrutture.)

Se i tassi d'interesse bassi fossero la soluzione ed innescassero una robusta crescita economica, perché i tassi vicino allo zero nelle maggiori economie hanno finora fallito in questa impresa? Inoltre perché i tassi a -5% dovrebbero rilanciare la crescita economica? Perché non a -10%, o forse -20%?

Si noti che l'abolizione del denaro contante implica la rimozione del denaro in quanto tale e, di conseguenza, la distruzione della divisione del lavoro e dell'economia di mercato. È probabile che invece di promuovere la crescita economica, l'abolizione del denaro contante, affinché le banche centrali possano abbassare i tassi d'interesse in territorio negativo, porterà alla distruzione dell'economia di mercato e al massiccio impoverimento economico.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] Si veda "The Technology Revolution and Monetary Evolution" di Lawrence H. White in The Future of Money in the Information Age, ed. James A. Dorn (Washington, DC: Cato Institute, 1997), Cap. 2.

[2] Ludwig von Mises, The Theory of Money and Credit, Cap. 1, pp. 32–33.

[3] Si veda "E-Money: Friend or Foe of Monetarism?" di George Selgin in The Future of Money in the Information Age (Washington, DC: Cato Institute, 1997), Cap. 13.

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lunedì 16 gennaio 2017

Stimolo fiscale: solo una scusa per uno stato più grande





di David Stockman


Tra il 1870 e il 1913 il PIL reale degli Stati Uniti — al meglio delle nostre stime — è salito da $20 miliardi a $131 miliardi ($1958).

L'aumento composto del 4.3% annuo in 43 anni rappresenta la crescita più alta del PIL reale per un periodo equivalente di tempo. Ma ecco la meraviglia...

Durante quel periodo d'oro di crescita e prosperità, gli Stati Uniti non avevano alcuna banca centrale e non hanno avuto nemmeno un episodio di stimolo fiscale!

Se si presuppone una crescita della popolazione da 39 milioni nel 1870 a 97 milioni nel 1913 e si guarda l'economia degli Stati Uniti su una base pro capite, gli aumenti in quei giorni presumibilmente bui prima dell'invenzione dello "stimolo" erano abbastanza robusti.

Il PIL reale aumentò da $480 a $1,350 pro-capite, o ad un tasso annuo del 2.5%. Nemmeno questo dato è stato mai più superato in un intervallo di quattro decenni. Durante l'ultimo periodo di 43 anni, per esempio, il tasso di crescita del PIL reale pro-capite è stato solo dell'1.6%. E sin dalla vigilia della crisi finanziaria alla fine del 2007, è sceso allo 0.3% annuo.

Se non ingurgitate la sbobba sfornata da Wall Street/Washington, quest'ultimo dato potrebbe causarvi una reazione urticante. Rispetto agli ultimi 9 anni in cui abbiamo avuto uno tsunami di stimolo monetario, come è stata possibile una crescita reale pro-capite del PIL all'8X durante i suddetti 43 anni fino al 1913?

Dopo tutto, l'onnipotente FED non avrebbe aperto i battenti fino alla fine del 1914.

Inoltre quando si presta attenzione alla parte fiscale, la reazione urticante diventa più intensa. Lo Zio Sam ha avuto eccedenze durante 32 di quegli anni, o il 75% del tempo. E le eccedenze cumulative erano di gran lunga superiori ai deficit. In realtà, il debito pubblico era di $2.4 miliardi nel 1870 e solo $1.2 miliardi nel 1913.

E l'inflazione sostenuta era inesistente durante questo periodo d'oro — praticamente la stessa sia nel 1913 che nel 1870.

Inutile dire che l'idea stessa di un taglio del 50% del debito pubblico ai giorni nostri, suona davvero impossibile da contemplare. Quando Donald Trump sfiorò solamente la possibilità di ridurre drasticamente il debito pubblico, gli risero tutti in faccia.

Eppure i numeri citati sopra, tra cui quelli del debito pubblico, provengono dalle statistiche storiche ufficiali del Census Bureau degli Stati Uniti. Quindi presumibilmente è accaduto, ma non è finita qui.

Quando si tengono in conto tutti gli immigrati e la robusta crescita dell'economia americana durante quel periodo, le metriche fiscali risultanti sono ancora più sorprendenti.

Il debito pubblico scese dal 40% del PIL nel 1870 al 3% del PIL nel 1913. Proprio così. Prima che la banca centrale facesse la sua entrata in scena, il debito pubblico degli Stati Uniti in rapporto al PIL era essenzialmente un errore di arrotondamento pari a zero.

Allo stesso modo, rispetto alla popolazione, il debito pubblico scese da $62 pro-capite nel 1870 a soli $12 nel 1913 per ogni uomo, donna e bambino della nazione.

Questi numeri sono così sbalorditivi che sembrano quasi irreali. Un trend di 43 anni durante il quale il carico fiscale del governo centrale sull'economia degli Stati Uniti era praticamente estinto, proprio nel momento in cui il capitalismo americano stava facendo registrare un record di crescita di tutti i tempi.

C'ho pensato dopo la mia apparizione come ospite al Fox News Show di Neil Cavuto. L'argomento in questione era il debito pubblico della nazione a $20,000 miliardi. Ho fatto notare che il debito pubblico era pari a $10,600 miliardi a gennaio 2009 e che con Obama è arrivato ad un totale di $20,000 miliardi. Ciò significa, naturalmente, che Barack Obama ha aggiunto quasi $10,000 miliardi al debito nazionale durante il suo mandato.

Ciò corrisponde quasi alla cifra totale del debito pubblico accumulato durante i primi 220 anni della Repubblica sotto i 43 predecessori di Obama nello Studio Ovale.

Potreste pensare che tale fatto sia sufficiente ad innescare un dibattito travolgente sulla scena mainstream. Nel 1980, per esempio, un attacco implacabile a Jimmy Carter su un debito pubblico "fuori controllo" — circa a $1,000 miliardi — era qualcosa di giornaliero nei discorsi della campagna di Ronald Reagan.

Nel 2016, tuttavia, siamo finiti in un mondo in cui Obama dice d'essere riuscito a domare il deficit federale e nessuno dei candidati alla presidenza diceva di voler aggiungere un solo centesimo al debito nazionale. Almeno Neil Cavuto mi ha dato il tempo di eviscerate queste gigantesche bugie — e non c'è voluto molto.

Il deficit è stato di $587 miliardi nell'anno fiscale 2016, il quale s'è concluso a settembre, ed è cresciuto del 35% rispetto ai $439 miliardi dell'anno precedente. Ma in realtà le cose sono di gran lunga peggiori.

Cioè, ogni anno centinaia di miliardi vengono aggiunti al debito pubblico man mano che scompaiono numeri dal conteggio ufficiale del deficit, a causa delle peculiare contabilità statale.

Per esempio, durante gli ultimi due anni lo Zio Sam ha preso in prestito quasi $200 miliardi per finanziare i prestiti agli studenti, ma questi non contano nel deficit ufficiale perché tali esborsi sono considerati "investimenti", non spese. Si potrebbe pensare che Washington stia ancora vendendo la palude sul Potomac, ma questa è già tutta occupata — in particolare dal Pentagono.

In ogni caso, quando si accumulano una dozzina e più di espedienti simili, oltre alla partita doppia di prendere in prestito dai fondi fiduciari della previdenza sociale — che in realtà è già insolvente sia su una base attuariale sia su una base monetaria — l'estensione di questa truffa fiscale diventa evidente.

Il deficit ufficiale combinato per l'anno fiscale 2015 e 2016 è stato di $1,025 miliardi. Ma il debito pubblico è aumentato di $1,700 miliardi, il che significa che $700 miliardi d'inchiostro rosso non sono stati conteggiati nel deficit. Così Obama sembrava che stesse domando il terribile mostro del deficit, quando, in realtà, lo stava alimentando.

Dopo tutto, alla fine dello scorso trimestre abbiamo raggiunto il 90° mese di questa cosiddetta ripresa — rispetto ad una media post-1950 di appena 61 mesi. Così, quando il livello medio dell'inchiostro rosso in questa ultima fase del ciclo economico sarà di $850 miliardi l'anno — come nel corso dell'anno fiscale 2015-16 — nessuno avrà addomesticato alcunché.

Infatti nonostante le ipotesi "ottimiste" del CBO, l'attuale politica di bilancio aggiungerà $10,000 miliardi al debito pubblico nei prossimi dieci anni. E ciò presumendo che avremo 207 mesi senza una recessione, o quasi il doppio di quanto mai registrato!

La verità è che, in base all'economia del mondo reale — cioè, semplicemente un replay della crescita economica e dell'occupazione degli ultimi 10 anni — il deficit federale totalizzerà $15,000 miliardi nel corso dei prossimi 10 anni. Ciò significa che il debito pubblico raggiungerà $35,000 miliardi entro la metà del prossimo decennio, o il 145% del PIL.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


venerdì 13 gennaio 2017

Perché la Legge di Say è sempre vera





di Alasdair Macleod


Uno dei miei lettori abituali ha sollevato il tema importante riguardo la Legge di Say, concetto che monetaristi e keynesiani amano negare. Devono etichettare come falso questo assioma fondamentale per giustificare lo stimolo della domanda aggregata da parte dello stato. O la Legge di Say è giusta e l'intervento dello stato è economicamente distruttivo, o se è sbagliata allora gli economisti moderni hanno ragione ad ignorarla.

La base teorica dei post-keynesiani riguardo lo stimolo economico presume una disconnessione tra consumo e produzione, e la risposta corretta è un intervento dello stato affinché rilanci la carenza di domanda. È una spiegazione reiterata riguardo il crollo degli anni '30. Ovviamente, secondo questo ragionamento, la Legge di Say dovrebbe essere scartata.

Questo articolo rivisita questo argomento, spiega dove Keynes aveva storto, ridefinisce la Legge affinché includa il denaro come merce, e spiega perché il lato dell'offerta è meno distruttivo rispetto alla gestione della domanda. La Legge di Say è fondamentale per capire il motivo per cui è fallimentare l'intervento dello stato per rilanciare la domanda economica e perché ci ha portato alla crisi attuale.



Un po' di storia

La Legge di Say venne enunciata da un uomo d'affari ed economista francese, Jean-Baptiste Say, che la scrisse nei primi anni del 1800:

«Un prodotto terminato offre da quell'istante uno sbocco ad altri prodotti per tutta la somma del suo valore. Difatti, quando l'ultimo produttore ha terminato un prodotto, il suo desiderio più grande è quello di venderlo, perché il valore di quel prodotto non resti morto nelle sue mani. Ma non è meno sollecito di liberarsi del denaro che la sua vendita gli procura, perché nemmeno il denaro resti morto. Ora non ci si può liberare del proprio denaro se non cercando di comperare un prodotto qualunque. Si vede dunque che il fatto solo della formazione di un prodotto apre all'istante stesso uno sbocco ad altri prodotti.»[1]

Val la pena ricordare le circostanze dietro la conoscenza di Say. Egli non solo visse durante la rivoluzione francese e le guerre napoleoniche, ma ebbe esperienza anche di due crolli iperinflazionistici, prima gli Assegnati e poi i Mandati. La Francia aveva anche sofferto per il crollo della cartamoneta di John Law nel 1720. Pertanto Say era consapevole del fatto che il denaro può essere altamente deperibile, e aveva osservato che le persone lo utilizzavano solo come ponte provvisorio tra la loro produzione e il loro consumo.

La Legge di Say non richiede un gold standard o una moneta sonante come qualcuno potrebbe pensare. Si tratta di un principio fondamentale di tutta l'umanità che l'economia sia caratterizzata dalla divisione del lavoro, condizione principale dietro suddetta Legge. Il mercato è un ambiente libero per gli scambi di beni e servizi in generale, motivo per cui la Legge di Say è a volte indicata come legge dei mercati, ma va notato che essa si applica anche ad un'economia di comando che sopprime la libertà personale.

Il primo tentativo di confutare la Legge di Say venne portato avanti da Malthus nel suo Principles of Political Economy (1820). Questo tentativo venne sconfessato con successo da David Ricardo e altri, quindi da allora in poi la Legge di Say venne ampiamente accettata. L'economista che alla fine rovesciò tale Legge fu Keynes nella sua Teoria Generale.[2] Andava dicendo che avesse confutato la Legge di Say. Keynes dovette affrontare questa realtà e l'attaccò molto presto nel suo libro, sdoganandola in circa quattro pagine (Capitolo 3.1).



Le ipotesi di Keynes

Keynes ha dapprima attaccato la Legge di Say indirettamente, in quella che definì la teoria classica del rapporto dell'occupazione, che secondo lui si basava su due postulati. Il primo: il salario è uguale al prodotto marginale del lavoro; e il secondo: l'utilità del salario quando viene impiegato un dato volume di occupazione è uguale alla disutilità marginale di quella quantità di posti di lavoro. Ma la veridicità, o meno, di queste affermazioni non ha nulla a che fare con la Legge di Say. Keynes non fece altro che raggirarci ed evitare di affrontare la questione centrale.

Quando ci spostiamo al tema successivo, il principio della domanda effettiva (Capitolo 3.1), conclude il suo attacco affermando che:

Quindi la Legge di Say, secondo cui il prezzo della domanda aggregata della produzione nel suo complesso è pari al prezzo dell'offerta aggregata per tutti i volumi di produzione, afferma praticamente che non vi è alcun ostacolo alla piena occupazione.

Questa affermazione travisa del tutto la Legge di Say. Non si trattava del prezzo della domanda aggregata della produzione, né del prezzo dell'offerta aggregata per tutti i volumi di produzione, e nemmeno dell'occupazione. Keynes fece ricorso alla fallacia dell'uomo di paglia. È opportuno ribadire che la Legge di Say, in realtà, dice quanto segue, in un linguaggio che anche un bambino possa capire e un economista non possa negare:

"In ogni transazione vi è un acquirente ed un venditore. Pertanto un'economia dev'essere composta in parti uguali da acquirenti e venditori. Il denaro è una merce che facilita le loro transazioni e permette loro di vendere beni, servizi e lavoro. La quantità di denaro è irrilevante per questa legge, perché esso è un bene funzionale proprio come qualsiasi altra cosa che viene comprata e venduta."

Si noti che la mia definizione modificata include il denaro come un bene economico, mentre quella di Say no, ma la sua inclusione non la inficia. Semmai la rafforza, chiarendo che non ci sono eccezioni. La definizione di Say per quanto riguarda il denaro, come qualcosa che poteva essere posseduta in fretta, probabilmente era vera nella sua epoca. Ciò non tiene conto del fatto che il denaro di per sé ha un valore d'uso, allo stesso modo di qualsiasi altro bene economico, in questo caso rappresenta il deposito temporaneo dello sforzo e del lavoro.

La descrizione semplicistica della Legge di Say da parte di Keynes è sciocca, poiché esclude del tutto il denaro. Tuttavia, in circostanze normali, il possesso di denaro fisico da parte della popolazione rimane stabile in forma aggregata, il che significa che l'elemento non monetario nell'economia può essere considerato come un passaggio dal prodotto al consumo. Le circostanze in cui questo assetto potrebbe cambiare sono in realtà piuttosto limitate, con le persone che opterebbero per aumentare i saldi bancari invece di possedere denaro fisico in caso di recessione economica. Ed i saldi bancari vengono trasferiti ai mutuatari che li spendono. Se ciò non accade si tratta di un problema bancario o commerciale, derivante di solito dalla distruzione del credito falso e non da un problema con la Legge di Say.



Domanda & gestione dell'offerta

C'è una differenza fondamentale tra oliare gli ingranaggi dell'economia attraverso lo stimolo della domanda, che è stato l'approccio di Keynes, e stimolare l'offerta. Stimolare la domanda mediante l'inflazione monetaria può avere un effetto benefico temporaneo, il quale viene invertito dal ciclo del credito. L'inflazione monetaria volta a convincere la gente a spendere di più significa ingannare tutte le persone, cosa che non può continuare per sempre.

I relativi tentativi finiscono per innescare un ciclo economico indotto dal credito, in cui il boom è seguito dal bust. Il boom è la fase in cui la popolazione viene ingannata e il bust è la fase in cui lo capisce. Sebbene gli stati possano giocare a questo gioco e dimostrare che in una parte del ciclo del credito hanno stimolato i consumi e pertanto la Legge di Say sarebbe falsa, se si considera l'intero ciclo alla fine la Legge di Say risulta essere valida.

Sin dai tempi di Keynes questi interventi ripetitivi non sono mai stati abbandonati, nonostante gli economisti del dopoguerra abbiano insistito sul fatto che la loro comprensione e la gestione della domanda nel tempo siano migliorate. Sono questi stessi economisti che si rifiutano di riconsiderare la loro posizione riguardo la Legge di Say. A loro modo di vedere non è più un'opzione realistica, perché le conseguenze economiche di abbracciare nuovamente tale Legge potrebbero far crollare l'intero sistema finanziario.

In alternativa, stimolare la produzione mediante la spesa pubblica funziona in accordo con la Legge di Say, e non contro, perché lo stato diventa chiaramente un cliente del settore privato. Il trasferimento delle merci è dai produttori allo stato, il quale diventa a tutti gli effetti un consumatore. Possiamo mettere in discussione la saggezza dietro la spesa pubblica e il fatto che rappresenti una distribuzione artificiale delle risorse nazionali. Possiamo criticare i programmi pubblici per quanto riguarda l'occupazione e le cattedrali nel deserto, e sappiamo che quelle che vengono spesso definite come politiche dal lato dell'offerta sono viziate per altri motivi. Ma come mezzo d'intervento economico è preferibile al tentativo di gestire la domanda, solo sulla base che non sia in conflitto con la Legge di Say.

Le politiche che mirano al solo lato dell'offerta non portano automaticamente ad un ciclo economico indotto dal credito, mentre con la gestione della domanda questo risultato è praticamente garantito. Ma ciò necessita di un piano B e in che modo lo stato possa ridurre il proprio coinvolgimento nel settore delle infrastrutture, nella spesa per la difesa e in interventi simili, senza conseguenze negative. Ma questa è una questione che va al di là della Legge di Say.



Ulteriori implicazioni

Dovrebbe essere chiaro, grazie alla mia definizione semplificata della Legge di Say, che la sua negazione da parte di Keynes era impossibile, e che la nuova economia di Keynes era costruita su un errore fondamentale: negare il fatto indiscutibile che in ogni transazione c'è un acquirente ed un venditore. Va da sé che un'economia funzionante dipende da acquirenti e venditori che sono reali, merci e denaro che sono ampiamente accettati. Dopo aver stabilito questo punto, possiamo passare alle implicazioni, le quali possono essere riassunte nelle seguenti proposizioni.

  1. Produciamo beni e servizi che possiamo consumare noi stessi, e le eccedenze le venderemo ad altri affinché ci permettano di acquisire le cose che non produciamo.

  2. Non dobbiamo consumare tutta la nostra produzione, ma possiamo venderla agli altri, in modo da poter acquisire i beni ed i servizi di cui abbiamo bisogno o che desideriamo.

  3. Il consumo comprende anche il consumo differito, e la parte riguardante il consumo che viene posticipato è irrilevante per la Legge, perché i proventi della produzione sono spesi da qualcun altro.

  4. Non dobbiamo per forza di cose coinvolgere anche il denaro, e la Legge copre anche il baratto.

  5. Chiunque acquista beni e servizi da altri, senza produrre qualcosa in precedenza, deve acquisire i mezzi da qualcun altro, il quale ha prodotto beni e servizi eccedenti il proprio consumo.

  6. La Legge di Say si applica a tutti gli attori economici, tra cui anche lo stato.

Queste proposizioni dovrebbero essere auto-evidenti. Per amplificare l'ultima, val la pena notare che la Legge di Say si applica tanto in un'economia di comando quanto in un'economia di mercato. Se lo stato funge da canale per la produzione e la distribuzione dei beni, non può evitare il fatto che tale produzione è vincolata alla Legge di Say, così come in un libero mercato, perché lo stato non può ignorare la realtà della divisione del lavoro.

Keynes poteva essere a conoscenza delle proprie contraddizioni, perché spostò il suo attacco ai risparmiatori che s'astenevano dal consumo. La spesa non è trattenuta (Proposizione 3), perché il denaro risparmiato viene riciclato attraverso il sistema finanziario a qualcun altro che lo prende in prestito e poi lo spende. Il denaro viene speso per altre cose, questo è tutto.



Conseguenze del post-keynesismo

Prendendo un sottoinsieme dell'economia, i dipendenti ed il loro ruolo, Keynes ignorò un'applicazione più ampia della Legge. Senza questo artificio, non sarebbe stato in grado di separare la domanda aggregata dal consumo aggregato, e quindi pretendere condizioni in cui la domanda aggregata sarebbe stata insufficiente rispetto all'offerta potenziale. Secondo lui questa era la spiegazione alla Grande Depressione degli anni '30 e la motivazione alla base della sua Teoria Generale. Come accennato in precedenza, sostenne su basi infondate che se la Legge di Say era valida, allora non sarebbe potuta esistere disoccupazione di massa in quel momento.

Abbiamo già affrontato le ipotesi di Keynes riguardo la Legge di Say a tal proposito. La disoccupazione di massa degli anni '30 non aveva niente a che fare con la Legge di Say. Fu la conseguenza naturale di un'espansione del credito nel decennio precedente. Tuttavia il consumo totale diminuì, ma anche l'offerta totale. Anche se le statistiche non potranno mai catturare il quadro completo, la Legge di Say rimase valida per tutto quel periodo di massiccia disoccupazione.

I disoccupati dovevano vivere alla giornata, ma non erano assenti dall'economia, come invece diceva Keynes (Proposizione 5). Spendevano quel poco che incameravano. Zuppe e beni simili di prima necessità erano prodotti e consumati senza denaro (Proposizione 4). La carità è il processo mediante il quale i proventi della produzione, di un tipo o di un altro, sono distribuiti ai poveri (Proposizione 5, di nuovo). Allo stesso modo, le distribuzioni del welfare state (Proposizione 5) sono finanziate con la produzione di altri attraverso la tassazione e la svalutazione monetaria. Il trasferimento dalla produzione al consumo avviene con o senza denaro.

Gli economisti mainstream di oggi che negano la verità enunciata da Say, vivono in un mondo a parte. La verità, esposta da Hayek che lo conosceva di persona, è che Keynes sapeva poco di economia.[3] La sua Teoria Generale, dalle prove di Hayek e dall'analisi in questo articolo, è solamente un'enorme bufala che l'establishment ha abbracciato a causa della sua promessa. La classe politica è stata completamente catturata dai suoi temi, vedendoli come una giustificazione per l'intervento economico da parte dello stato. Gli economisti mainstream, che devono la loro professione a quei temi, hanno scritto sempre più documenti per giustificare l'economia keynesiana e monetarista.

È davvero triste che la Francia abbia voltato le spalle alla saggezza di Say, insieme ad altri economisti francesi del XIX secolo, optando invece per un cocktail letale tra Marx e Keynes.

Negare la realtà della Legge di Say è la base delle politiche statali e delle banche centrali, in tutto il mondo. In tale diniego troviamo il motivo principale per cui queste politiche stanno fallendo.


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/


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Note

[1] A Treatise on Political Economy – J. B. Say, 1803, tradotto da C. R. Princep, 1855. http://www.econlib.org/library/Say/sayT15.html

[2] Teoria Generale dell'Occupazione, dell'Interesse della Moneta, J. M. Keynes, 1936.

[3] Si veda l'intervista di Hayek con Leo Rosten, settembre 1975. https://www.youtube.com/watch?v=y8l47ilD0II

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giovedì 12 gennaio 2017

La prossima crisi finanziaria





di James Rickards


Nel 1998 eravamo a pochi passi dal crollo e sin da allora abbiamo sbagliato tutto quello che potevamo sbagliare. Nel 2008 eravamo a pochi passi dal collasso e abbiamo fatto la stessa cosa. Ogni crisi è più grande di quella precedente.

Oggi il mercato azionario non è molto lontano da dove si trovava a novembre 2014. Il mercato azionario ha avuto grandi alti e bassi. Una brutta caduta ad agosto 2015, una brutta caduta a gennaio 2016. Il tutto seguito da grandi rally entrambe le volte, perché la FED è tornata a "parlare di allentamenti monetari", ma se si esclude la volatilità, ci troviamo dove eravamo 2 anni fa.

Le persone non stanno facendo soldi con le azioni. Gli hedge fund non stanno facendo soldi. Le istituzioni non stanno facendo i soldi. È uno degli ambienti d'investimento più difficili che io abbia mai visto.

La crisi del 2008 è ancora fresca nella mente delle persone. La gente sa molto meno riguardo il 1998, in parte perché stiamo parlando di quasi 20 anni fa. Fu una crisi monetaria internazionale che ebbe inizio in Thailandia nel giugno del 1997, si diffuse in Indonesia e in Corea, e poi in Russia ad agosto del 1998. Tutti stavano costruendo un firewall intorno al Brasile. Era esattamente come le tessere del domino che cadono.

Pensate ai paesi come se fossero dei domino in cui la Thailandia cade e poi viene seguita da Malesia, Indonesia, Corea e Russia. Il domino successivo sarebbe stato il Brasile, e tutti (compreso il Fondo Monetario Internazionale e gli Stati Uniti) dicevano: "Costruiamo un firewall intorno al Brasile e assicuriamoci che il Brasile non cada."



Il domino successivo

Poi è arrivato Long-Term Capital Management. Il domino successivo non era un paese. Era un hedge fund, sebbene fosse tanto grande quanto un paese in termini di bilancio finanziario. All'epoca ero consigliere generale di tale impresa. Ne negoziai anche il salvataggio. L'importanza di tale ruolo era proprio un posto in prima fila nella faccenda.

Mi trovavo nella sala conferenze di un grande studio legale di New York. C'erano centinaia di avvocati. C'erano 14 banche nel fondo di salvataggio di LTCM. C'erano 19 altre banche con una linea di credito non garantita da un miliardo di dollari. C'erano inoltre funzionari del Tesoro, funzionari della Federal Reserve, altri funzionari di governo, Long-Term Capital, i nostri partner. Era una mandria di avvocati ed io ero da una parte della transazione, col dovere di coordinare tutto questo.

Era un affare da $4 miliardi che abbiamo messo in piedi in 72 ore. Chiunque abbia raccolto fondi per la sua compagnia, o stretto affari, può immaginare quanto sia difficile far firmare ad un gruppo di banche un assegno da $4 miliardi in 3 giorni.

Coloro che erano coinvolti possono dire d'aver salvato Long-Term Capital. Se Long-Term Capital fosse andato in bancarotta, $1.3 miliardi di derivati avrebbero inondato Wall Street.

Le banche coinvolte avrebbero dovuto coprire la loro esposizione a suddetti $1.3 miliardi, perché pensavano che fossero coperte. Un lato del loro trade era con Long-Term e l'altro lato era tra di loro. Quando si crea questo tipo di buco nei bilanci di tutti, ogni mercato del mondo verrebbe chiuso. Non solo i mercati obbligazionari o i mercati azionari. Le banche andrebbero in bancarotta in modo sequenziale. Accadrebbe quello che è quasi accaduto nel 2008.

Pochissime persone sapevano tutto ciò. Erano un gruppo di avvocati al 1° piano di un grande studio legale di New York. La FED era al telefono. Abbiamo spostato un po' di denaro. Abbiamo siglato un accordo. Abbiamo emesso un comunicato stampa.

Era come un atterraggio di fortuna. C'è un aereo con un sacco di passeggeri e 4 motori in fiamme. I camion dei pompieri pronti a spegnare l'incendio. In un modo o nell'altro la vita va avanti.



Crisi finanziaria

Dopo di che la Federal Reserve ha tagliato i tassi d'interesse due volte, una volta il 29 settembre 1998 durante una riunione programmata del FOMC e di nuovo in una riunione non programmata. La FED può farlo. Può indire una riunione della Commissione al telefono. Quella è stata l'ultima volta, 15 ottobre 1998, che la FED ha tagliato i tassi d'interesse al di fuori di una riunione pianificata. Anche se è stato fatto per "spegnere l'incendio". La vita è andata avanti.

Quindi il 1999 è stato uno dei migliori anni nella storia del mercato azionario, raggiungendo un picco nel 2000 e poi crollando di nuovo. Non era un panico finanziario, si trattava solo di un crollo del mercato azionario. Il mio punto è che nel 1998 eravamo ad un passo dalla chiusura di tutti i mercati del mondo. Ci sono state una serie di lezioni che avremmo dovuto apprendere da questo evento, ma non sono state apprese. Lo stato ha fatto il contrario di quello che si dovrebbe fare per impedire che una cosa del genere accada di nuovo.

Avrebbe dovuto vietare la maggior parte dei derivati, far andare in bancarotta le grandi banche, imporre una maggiore trasparenza, ecc. Le cose purtroppo non sono andate così, anzi è accaduto l'esatto opposto.

Gli stati hanno abrogato i regolamenti sugli swap, in modo che si potessero avere più derivati over-the-counter invece di negoziarli in borsa. Hanno abrogato il Glass-Steagall in modo che le banche commerciali potessero entrare nell'investment banking. Le banche sono diventate più grandi. La SEC ha cambiato le regole per consentire una maggiore leva finanziaria ai broker.

Poi Basilea 2, fuoriuscita dalla Banca dei Regolamenti Internazionali a Basilea, Svizzera, ha cambiato le regole per quanto riguarda il capitale delle banche, in modo che potessero utilizzare modelli di rischio/valore viziati ed aumentare la loro leva finanziaria. Tutto ciò a riprova che gli stati hanno fatto il contrario di quello che si dovrebbe fare per evitare una nuova crisi. Hanno lasciato che le banche si comportassero come gli hedge fund. Hanno permesso a tutti di trattare più derivati. Hanno permesso più leva finanziaria, meno regolamentazione, modelli fallaci, ecc.

Ero seduto lì nel 2005, 2006 e ancora prima, a dire: "Accadrà di nuovo e sarà peggio." Ho dato una serie di conferenze presso la Northwestern University. Sono stato un consulente per la campagna di McCain. Ho avvisato il Tesoro degli Stati Uniti. Ho avvertito tutti coloro che sono riuscito ad avvertire.

Non ho detto: "Oh accidenti, è colpa dei mutui subprime", il genere di cose che si vede nel film come The Big Short. Ovviamente ci sono stati alcuni operatori di hedge fund che hanno gozzovigliato coi mutui subprime. Per me non aveva alcuna importanza, perché quello a cui guardavo era l'instabilità del sistema nel suo complesso.

Stavo guardando all'accumulo di prodotti tossici, all'accumulo di derivati, ai processi dinamici e al fatto che una scintilla avrebbe potuto scatenare un incendio. Non m'importava quale che fosse la scintilla. Non m'importava quale sarebbe stato il fiocco di neve. Sapevo che la cosa stava per crollare.



Troppo grandi per fallire

Poi siamo arrivati al 2008. Eravamo a pochi passi dal collasso sequenziale di ogni grande banca del mondo. Pensate di nuovo al domino. Che cosa stava succedendo? C'era una crisi bancaria. È iniziata nell'estate del 2007 con il fallimento di un paio di hedge fund legati a Bear Stearns.

C'è stato un piano di salvataggio da parte di fondi sovrani e banche, ma poi a marzo del 2008 Bear Stearns è andata in bancarotta. A giugno e luglio 2008 Fannie e Freddie erano in bancarotta, seguiti dai fallimenti di Lehman e AIG. I prossimi erano Morgan Stanley, Goldman Sachs, Citibank e Bank of America. JPMorgan sarebbe stata l'ultima a rimanere in piedi, per non parlare delle banche estere (Deutsche Bank, ecc.).

Tutte sarebbero fallite. Tutte sarebbero state nazionalizzate. Invece sono intervenuti gli stati e le hanno salvate per la seconda volta in 10 anni. Eravamo a pochi passi dalla chiusura di ogni mercato e ogni banca nel mondo.

Cosa significa per l'investitore di tutti i giorni? Stiamo parlando dell'investitore che ha un piano 401k, o un conto d'intermediazione; forse un conto con E-Trade o Charles Schwab o Merrill Lynch o uno qualsiasi di questi nomi. Stiamo parlando di pizzaioli, rivenditori di auto, dentisti, medici, avvocati, chiunque con una piccola impresa. Un investitore di successo, o un imprenditore.

Insomma, coloro che hanno denaro risparmiato e temono che tale ricchezza possa essere potenzialmente spazzata via, come è quasi accaduto nel 1998 e nel 2008.

Quante volte ancora si vuole sfidare la sorte? È come giocare alla roulette russa.

Per essere precisi, nel 1998 ho detto che il governo, le autorità di regolamentazione e gli operatori di mercato a Wall Street, non hanno imparato la lezione. Hanno fatto l'opposto di quello che avrebbero dovuto fare. È accaduta la stessa cosa nel 2008. Nessuno ha imparato la lezione. Nessuno pensava a quello che in realtà era andato storto. Cosa hanno fatto invece? Hanno approvato la Dodd-Frank, 1,000 pagine di mostruosità burocratica con 200 progetti normativi distinti.

Si dice che la Dodd-Frank abbia messo fine alla dicitura "troppo grandi per fallire". Invece no, ha istituzionalizzato i "troppo grandi per fallire" perché non ha diminuito il potere delle banche. Le 5 più grandi banche commerciali negli Stati Uniti oggi sono più grandi di quanto non fossero nel 2008. Hanno una percentuale maggiore di attivi di bilancio. Hanno molti più derivati sui libri contabili e un rischio incorporato superiore.

Alla gente piace utilizzare il cliché "calciare il barattolo lungo la strada." Non mi piace questo cliché, ciononostante non hanno calciato il barattolo lungo la strada, bensì l'hanno calciato ad un livello superiore. Dagli hedge fund a Wall Street, ora il rischio è nei bilanci delle banche centrali.



Moneta mondiale

Chi ha un bilancio pulito? Chi potrebbe salvare il sistema? C'è solo un'organizzazione: il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Ha una leva finanziaria di circa 3 a 1. Il FMI ha anche una stampante monetaria e può emettere i diritti speciali di prelievo (DSP), o moneta mondiale. Li danno ai paesi, ma non direttamente alla gente. Poi i paesi possono scambiarli per le altre valute nel paniere dei DSP e spenderle.

Ecco la differenza. La prossima volta che ci sarà una crisi finanziaria, si proverà ad usare i DSP, ma ci sarà bisogno di tempo per farlo. Non si sta pensando di farlo adesso, perché non c'è comprensione di quello che potrebbe accadere.

Ciò che non si vede è una crisi incombente ed arriverà molto rapidamente. A questo giro non sarà facile rifornire di liquidità il sistema.

Saluti,


[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/